Disabili e Lavoro
Scritto da Tiziana Lugaresi on 14 Maggio 2007
A tal proposito è necessario render noto che il processo avviato con l’entrata in vigore della legge 68/99, che introduce il concetto di collocamento mirato, inteso come possibilità per la persona di inserirsi in un posto di lavoro adeguato alle sue capacità e per l’azienda di individuare nella presenza del disabile una competenza utile, è tutt’altro che ultimato.
Ma non può essere taciuto il fatto che nel territorio della provincia di Forlì-Cesena ancor molte aziende, alcune delle quali tra l’altro multicertificate sul piano della qualità e dell’etica aziendale o sensibili e partecipi come sponsor ad iniziative di solidarietà, siano ancora distanti dal pieno adempimento degli obblighi di legge.
Evidentemente molti imprenditori non hanno ben compreso l’orientamento, gli obiettivi e gli strumenti che la legge prevede e tendono ancor oggi a vivere il dettato legislativo come un atto coercitivo, senza considerare che disabilità non è sinonimo di improduttività
Non si possono spiegare diversamente i tentativi di evitamento, di slittamento dei tempi e la scarsa disponibilità a individuare nel proprio contesto lavorativo i profili più adatti ad essere ricoperti da persone che presentano sì delle limitazioni, ma che sono in possesso anche di competenze, attitudini, potenzialità che aspettano solo di essere scoperte.
Ad aggravare il quadro, a volte, c’è anche l’incomprensibile atteggiamento di chiusura di alcune realtà produttive nei confronti delle esperienze di tirocinio, previste dalla normativa vigente come forme di avvicinamento graduale (e sempre a costo zero per l’impresa), al ruolo lavorativo.
A fronte di tutto questo, resta da capire quali strumenti vengano adottati dalle istituzioni preposte al controllo, visto il deficitario risultato raggiungibile ai fini del pieno assolvimento dell’obbligo, con la sola adozione di metodi concilianti o eccessivamente accondiscendenti rispetto alle richieste, a volte assurde, delle stesse aziende, alla ricerca di profili introvabili pur di procrastinare i tempi della reale presa in carico lavorativa dei soggetti svantaggiati. E se il tema dell’inclusione lavorativa entra spesso nelle pubbliche dichiarazioni dei nostri rappresentanti politici, non è chiaro come, nel rapporto con piccoli o grandi apparati economici, la nostra classe dirigente riesca a tradurre in fatti concreti l’ impegno prioritario della tutela dei soggetti più deboli, e non finisca invece col perdere di vista i propri obiettivi, indulgendo troppo nell’apologia del mercato e del profitto.
Quello che è vero è che, nella nostra realtà, anche i giovani (per non parlare degli adulti), in condizioni di disabilità, pur provenienti da normali percorsi scolastici e formativi, affacciandosi al mondo del lavoro sperimentano, nel tormentato iter di ricerca di una occupazione, il significato più umiliante dell’esclusione.
La sofferta testimonianza di questi ragazzi che non vogliono assistenza, ma chiedono un lavoro, interpella con forza non solo le responsabilità istituzionali e i diversi attori sociali, ma chiama in causa il patto di solidarietà tra concittadini.
Come comunità locale possiamo permettere che le persone tra noi, con meno opportunità, siano sottratte alla vita attiva e cadano nella marginalità, senza farcene carico?
Tiziana LUGARESI
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